Alberto Stenico

Succede che genitori e nonni per amore verso i giovani risparmino volutamente la narrazione del passato, o meglio di un certo passato. Lo fanno anche per non trasferire ansietà, insicurezze e sensi di colpa. Ritengono, comprensibilmente, che il silenzio o la rimozione siano le migliori medicine per rendere più leggero il futuro delle nuove generazioni, oltre che la propria coscienza. E’ un comportamento comprensibile, ma ha il difetto che tutti conosciamo e cioè che prima o poi questi vuoti di memoria vengono riportati a galla e non sempre nel modo migliore. E’ quindi giusto che i giovani siano curiosi, non si accontentino e pretendano di sapere. Rinuncino alla protezione messa in atto dagli adulti, ma provochino anche negli adulti un riesame critico di aspetti della loro vita. Non è bello, non è facile, ma è la strada per ri-costruire una memoria utile a se stessi ed agli altri e in molti casi per ripristinare la verità. Se tutto questo vale per le nostre vite private, è valido anche per le memorie collettive, tanto più se caratterizzate da eventi dolorosi e tragici come le guerre o le dittature. Andare avanti senza voltarsi indietro, è l’atteggiamento che si adotta per cercare di vivere meglio. La memoria diventa poi comunque selettiva e ci riconduce ai torti subiti, meno quelli perpetrati. Tutto ciò vale anche per la memoria collettiva di un popolo, che poi è quella che tende a trasmettersi di generazione in generazione. In questo modo si consolidano arbitrariamente i torti e le ragioni riducendo ancor più la propensione all’autocritica ed alla “Vergangenheitsbewältigung” (la riflessione critica sul proprio passato), un processo, questo sì, che dovrebbe essere offerto alle nuove generazioni. L’elenco delle ragioni (nostre) e dei torti (degli altri) non è un buon viatico per costruire un futuro migliore.
I silenzi collettivi rassicuranti sono ancora molti anche nella nostra provincia ed all’interno dei suoi diversi gruppi linguistici: i Sudtirolesi non parlano volentieri del periodo dell’occupazione nazista dal 1943 al 1945, mentre richiamano con più intensità il periodo del ventennio della dittatura fascista (italiana) dal 1922 in avanti con i suoi soprusi. Gli altoatesini di lingua italiana, al contrario, hanno ben impresse nella mente le violenze e le atrocità della occupazione (tedesca) dopo l’8 settembre 1943, ma sfumano molto le percezioni su quanto è successo nel ventennio alla popolazione sudtirolese.
Due memorie diverse e parallele che rischiano di perpetuarsi nel tempo, ed essere rinnovata origine di incomprensioni anche nel presente della nostra vita collettiva in provincia di Bolzano.
Lo sforzo vicendevole da parte di tutti noi di riconoscere i torti (propri) e le ragioni (degli altri), è la base indispensabile per migliorare la convivenza etnica nel nostro territorio.

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Tempi duri per il commercio e non solo. E ancor peggior futuro, se non si sviluppano rapidamente idee nuove. C’è un modo di fare economia che si riduce ed un po’ alla volta scompare. La realtà intorno a noi è dura da vedere, con tanti negozi che chiudono, alberghi dismessi, attività una volta fiorenti in abbandono, alloggi chiusi da anni, impianti sportivi per sport che nessuno più pratica, chiese che nessuno più frequenta. E’la fine di un mondo che non tornerà; una fine dolorosa per tanti singoli e per la comunità, alla quale peraltro non segue un chiaro segnale di nuovo inizio di qualcos’altro. Cosa ci andrà in quei negozi chiusi che intristiscono i nostri centri abitati? Quale riuso potranno avere le infrastrutture costruite per attività ormai definitivamente tramontate? Quali figli, nipoti, pronipoti abiteranno le case (tante!) costruite dalle vecchie generazioni pensando ai propri eredi? Read More

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La seconda ondata del Covid è talmente drammatica che non ammette dubbi o incertezze: prima la salute! Abbiamo già sbagliato nel sottovalutare i primi effetti della pandemia all’inizio del 2020 ed ora non possiamo permetterci di ripetere quegli errori. Giustificati, dunque, i provvedimenti restrittivi per la mobilità delle persone e per determinate attività economiche e produttive. Anche per il commercio e ed il turismo, ad esempio. Altrettanto indispensabili e urgenti sono tutti i “ristori” economici previsti, anche se solo in parte concretizzati, a favore di chi rimane senza reddito. Read More

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L’infermiera bardata e mascherata di tutto punto mi accoglie gentilmente sulla porta della palestra dove si svolge il test di massa anticovid della provincia di Bolzano. Ci guardiamo negli occhi e lei mi saluta e mi dà tutte le informazioni necessarie. In lingua italiana. Lei ha intuito e indovinato, come spesso capita, in quale lingua io l’avrei compresa meglio ed avrei più volentieri potuto interloquire. Alla signora in coda dietro di me, l’infermiera ha rivolto spontaneamente la parola in lingua tedesca. E via di seguito tutto il giorno. La modulistica da compilare è bilingue. Il sito che presenta tutte le regole di questa iniziativa del test di massa con 350.000 potenziali partecipanti, ha 4 opzioni linguistiche: italiano, tedesco, ladino e “in lingua facile”. I numerosi decreti del Presidente della Giunta Provinciale, decisi ed elaborati spesso sotto la la pressione delle ore e dei minuti e con un complesso linguaggio giuridico, vengono puntualmente e contestualmente tradotti e pubblicati in due lingue. Le frequenti conferenze-stampa del nostro Presidente della Giunta provinciale, Arno Kompatscher, avvengono rigorosamente in due lingue, da lui parlate in modo fluente.
Tutto è così normale che gli altoatesini e i sudtirolesi non ci badano nemmeno. E’ tutto così “per natura”? No, questo livello di bilinguismo diffuso di cui possiamo godere tutti, è frutto di un grande lavoro, impegno individuale, formazione scolastica, tolleranza reciproca e amore per l’altra lingua. Nulla di scontato.
A dare forza a questa “virtù” maturata nella società locale, contribuisce anche lo Statuto di Autonomia del 1972 (articoli 99 e 100) dove prevede il diritto di ogni cittadino di potersi rivolgere alla Pubblica Amministrazione nel propria lingua.
Scusate se è poco.
(www.albertostenico.it)

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Ci eravamo abituati bene: negli ultimi trent’anni il bilancio della Provincia Autonoma di Bolzano era aumentato in modo significativo anno per anno. Assieme al bilancio, anche gli interventi pubblici a favore dei singoli cittadini, delle imprese e delle organizzazioni intermedie. Mamma Provincia sempre più generosa, anche se non sono mai mancati risentimenti e lamentele per la (asserita) sperequazione tra le categorie. Il trend positivo dei bilanci pubblici è dipeso in massima parte dalle prestazioni dei lavoratori, delle lavoratrici e delle imprese altoatesine che tutte assieme hanno alimentato con le loro imposte fiscali il bilancio. Le tasse pagate in provincia di Bolzano fluiscono per il 90% nelle casse delle Provincia, la quale peraltro si assume direttamente una gran parte delle competenze e delle spese che nel resto d’Italia competono allo Stato.
Nel pieno della attuale crisi sanitaria ed economica da Coronavirus, ognuno è consapevole delle relative conseguenze a lungo termine: nulla tornerà a breve come prima. Nemmeno i bilanci della Provincia e le sue possibilità di intervento economico a 360 gradi. Quanto l’economia sarà in difficoltà, tanto più il bilancio pubblico locale ne soffrirà. La Mamma non potrà più essere generosa come prima, anche se dovrà cercare di utilizzare al meglio gli auspicati (ma non scontati) aiuti statali ed europei. Read More

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